EMDR istruzioni per l’uso

Buongiorno carissimi e buon anno nuovo!

La fine dell’anno, si sa, è tempo di spontanei bilanci, ecco che allora io vi voglio raccontare cosa ho fatto di importante per il mio (e nostro) lavoro in questo 2016.

All’inizio dello scorso anno ho avuto modo di formarmi all’utilizzo clinico della tecnica psicoterapeutica EMDR,  un utile e importante strumento che no, non è la panacea di tutti i mali, come talvolta mi pare che venga dipinto da alcune riviste di settore (purtroppo o per fortuna lo lascio decidere a voi), ma devo ammettere nella sua utilizzazione clinica ci ha dato diverse soddisfazioni! È per questo che, approfittando di qualche giorno di vacanza, ho pensato di scrivere poche semplici righe per spiegare di che si tratta. Ciò che più mi piace, è costatare con mano e cuore, ancora una volta,  quanto forte può essere il potere di autoguarigione delle persone, se trovano il giusto contesto relazionale in cui sentirsi amate, rispettate e supportate nel loro dolore. Ma bando alle ciance, non mi resta che augurarvi buona lettura!

EMDR è un acronimo che sta per Eye Movement Desensitization and Reprocessing. È un metodo scientificamente comprovato da più di 20 studi randomizzati controllati, condotti su pazienti traumatizzati e documentato in centinaia di pubblicazioni che ne riportano l’efficacia. Si tratta infatti di una tecnica psicoterapeutica interattiva tra paziente e terapeuta, strutturata e standardizzata, che consente il trattamento di diverse patologie e situazioni di disagio psichico, conseguenti ad eventi traumatici di diversa intensità e natura.

Cosa si intende con il termine Trauma Psicologico? Ci può venire in aiuto l’etimologia stessa della parola, che deriva dal greco e che vuol dire “ferita”. Il trauma psicologico può essere definito come una “ferita dell’anima”, come qualcosa che irrompe e rompe il consueto modo di vivere e vedere il mondo e che ha un impatto negativo sulla persona che lo vive. Esistono diverse forme di esperienze potenzialmente traumatiche a cui può andare incontro una persona, nel corso della vita. Esistono i “piccoli traumi” o “t”, ovvero quelle esperienze soggettivamente disturbanti che sono caratterizzate da una percezione di pericolo non particolarmente intesa. Si possono includere in questa categoria eventi come un’umiliazione subita o delle interazioni brusche con delle persone significative durante l’infanzia. Accanto a questi traumi di piccola entità si collocano i traumi “T”, ovvero tutti quegli eventi che minacciano l’integrità fisica propria o delle persone care. A questa categoria appartengono eventi di grande portata, come ad esempio disastri naturali, abusi, incidenti, lutti, diagnosi mediche importanti etc.

Nonostante gli eventi sopra descritti riferiti alle due tipologie di trauma siano molto differenti, la ricerca scientifica ha dimostrato che le persone reagiscono, dal punto di vista emotivo, mostrando gli stessi sintomi. Durante il vissuto di un evento traumatico t o T, le risposte biochimiche da esso elicitate (cortisolo, adrenalina, ecc…) bloccherebbero il sistema innato del nostro cervello di elaborazione dell’informazione, lasciando isolate in una stasi neurobiologica, le informazioni collegate al trauma, intrappolandole in una rete neurale con le stesse emozioni, convinzioni, sensazioni fisiche che esistevano al momento dell’evento. Si presuppone infatti che normalmente le persone abbiano una capacità innata, fisiologicamente orientata, di elaborare le informazioni in un’ottica di autoguarigione, finalizzata alla salute e al benessere. La patologia subentrerebbe quando questo sistema innato si blocca e l’evento traumatico rimane isolato dalla rete neurale della persona, non integrandosi a quello stesso sistema che va autonomamente verso la guarigione. La sua elaborazione è pertanto bloccata.

È come dire che esiste una sostanziale neurobiologica differenza tra un ricordo traumatico e un brutto ricordo. Il primo rimane intrappolato in una rete neurale autonoma sempre attiva e sempre presente. Il secondo invece, pur essendo legato ad esperienze spiacevoli è integrato nell’intero sistema di elaborazione e può passare e appartenere ad un passato che non è più disturbante.

Ecco dunque che la tecnica EMDR ci aiuta proprio a trasformare un ricordo traumatico in un brutto ricordo, il quale dunque, smette di influenzare i comportamenti e creare disagio, sofferenza e dolore.

La desensibilizzazione e il riprocessamento, che non è altro che un cambiamento di prospettiva osservabile durante la seduta EMDR, riflettono l’elaborazione del ricordo dell’esperienza traumatica T o t. La persona per la prima volta vede il ricordo lontano, distante e modifica le valutazioni e le credenze su di sé, integrando emozioni adeguate alla situazione ed eliminando sensazioni fisiche disturbanti.

È importante esplicitare ciò che spesso mi viene chiesto. Dopo il lavoro con EMDR la persona dimentica l’accaduto? No, la persona non dimentica nulla di ciò che è accaduto, anzi può accadere che siano recuperate dall’oblio della memoria informazioni importanti che contribuiscono a far avere una maggiore consapevolezza e padronanza del ricordo, aumentando la percezione di autoefficacia. Spesso nelle persone che si approcciano per la prima volta a questa tecnica, o alle quali propongo di integrare il lavoro terapeutico con EMDR emerge il timore di perdere il controllo e di non essere più padroni della propria sofferenza. È bene dunque dire anche che durante tutto il lavoro con EMDR la persona è vigile e interattiva, e in genere c’è una mancanza totale di input da parte del terapeuta che custodisce e vigila sull’intero processo di elaborazione che viene svolto dal cervello del paziente, una volta stimolato a livello bilaterale.

Che significa stimolazione bilaterale? Mi riferisco alla stimolazione alternata dell’emisfero destro e sinistro dell’encefalo che avviene generalmente attraverso movimenti oculari ripetuti destra-sinistra. È proprio questa stimolazione che garantisce la desensibilizzazione e il riprocessamento dei ricordi. Non c’è una risposta univoca sul perché questo genere di stimolazioni sollecitino una rapida ed adattiva elaborazione delle informazioni immagazzinate in memoria. Esistono però diverse ipotesi al riguardo. La ricerca e la teoria, come spesso accade, devono recuperare qualche step importante per allinearsi all’evidenza clinica dell’efficacia del metodo.

(Puntualizzo che per lavorare con la tecnica EMDR è necessario essere psicoterapeuti ed aver frequentato i corsi di formazione proposti dall’Associazione EMDR Italia).

Bibliografia

Shapiro F., M.S. Forrest (1998), EMDR, una terapia innovativa per l’ansia, lo stress e i disturbi di origine traumatica, Astrolabio Editore

I. Fernandez, G. Maslovaric, M.V. Galvagni (2011), Traumi Psicologici, ferite dell’anima, Liguori Editore

E. Faretta, (2014), Trauma e malattia, l’EMDR in psiconcologia, Mimesis frontiere della psiche editore.

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